Vivere insieme non significa necessariamente vivere sempre insieme. Lo si capisce bene nelle famiglie in cui, sotto lo stesso tetto, convivono età e giornate molto diverse: c’è chi esce presto per lavorare, chi rientra tardi, un nonno che ama fare colazione quando la casa è ancora silenziosa, un figlio adulto che ha bisogno di lavorare da remoto, bambini che occupano il soggiorno proprio nell’ora in cui qualcun altro vorrebbe riposare. Il tema riguarda da vicino anche l’Italia: secondo ISTAT, nel 2024 oltre due terzi dei giovani tra 18 e 34 anni vivevano ancora nella famiglia di origine. La vicinanza può essere una grande risorsa, indubbiamente, ma diventa più complicata quando la casa si regge su giornate in cui tutti condividono non tanto gli stessi spazi, ma gli stessi ritmi.
È da questa realtà, molto meno teorica di quanto sembri, che nasce il tema della casa multigenerazionale. Non parliamo semplicemente di un’abitazione abbastanza grande da ospitare più persone, né della vecchia casa di famiglia in cui le stanze vengono assegnate come capita. Progettare per due o tre generazioni significa decidere con attenzione dove la vita può essere condivisa e dove, invece, deve poter arretrare di qualche metro.
La cucina racconta bene questa differenza e il transito generazionale. Può rimanere il luogo in cui ci si incontra, si prepara la cena e si sta insieme senza appuntamento. Ma forse non deve essere obbligatoriamente attraversata da chiunque voglia raggiungere la propria camera. Un soggiorno generoso può funzionare come cuore, base comune della casa; allo stesso tempo, una piccola zona più appartata può evitare che l’unica alternativa alla convivialità sia chiudersi in camera. Perfino un disimpegno può smettere di essere spazio perso e diventare una soglia capace di dare autonomia a una parte dell’abitazione. Le dimensioni di una casa multigenerazionale aiutano, certo, ma non risolvono da sole il problema. Una casa grande può essere addirittura un problema se tutti i percorsi si incrociano continuamente; proprio come un appartamento più contenuto può funzionare meglio se distribuzione, accessi e ambienti comuni sono stati pensati con un certo occhio pragmatico.
La ricerca contemporanea sull’abitare intergenerazionale insiste proprio su questo punto: condividere un’abitazione funziona quando agli spazi comuni si affiancano zone capaci di restituire autonomia e possibilità di scelta. Non occorre costruire due case dentro una, occorre però evitare che stare vicini significhi essere sempre esposti alle abitudini degli altri.
E forse la domanda giusta, prima di spostare una parete o scegliere un arredo, è molto semplice: in quali momenti questa famiglia vuole incontrarsi e in quali deve potersi lasciare in pace? Da lì può cominciare il progetto.
Stare insieme sì, ma con il proprio spazio all’interno di una casa multigenerazionale

Nella casa multigenerazionale gli ambienti condivisi hanno un valore enorme, ma funzionano davvero solo quando non diventano un passaggio obbligato per qualsiasi cosa. Se per raggiungere la propria camera bisogna attraversare sempre il soggiorno, se il bagno utilizzato da una parte della famiglia si apre direttamente sulla zona pranzo o se la cucina è l’unico corridoio possibile tra due aree della casa, la convivenza tende a diventare più esposta, più rumorosa, più faticosa. Il problema non è stare insieme. Il problema è non poter scegliere quando farlo.
Per questo, nella progettazione di una casa multigenerazionale, i percorsi contano almeno quanto le dimensioni delle stanze. Una buona distribuzione dovrebbe permettere a chi rientra tardi di raggiungere la propria zona senza svegliare tutti, a chi lavora da casa di non essere attraversato di continuo, a una persona anziana di muoversi in modo semplice tra camera, bagno e cucina. Sono esigenze diverse, ma possono convivere se la pianta non obbliga ogni attività a passare dallo stesso punto.
Anche gli spazi comuni vanno pensati con una certa elasticità. Prendiamo ad esempio un grande tavolo, che può essere il centro della vita familiare, ma non deve occupare tutta la stanza al punto da rendere impossibile usarla in modo diverso. Un soggiorno può accogliere tutti, ma può anche beneficiare di un angolo più raccolto, magari separato visivamente da una libreria, da una quinta o da una disposizione degli arredi che suggerisca funzioni differenti. In questo modo la stessa stanza non chiede continuamente a tutti di fare la stessa cosa.
Vale anche per la cucina. In una casa multigenerazionale può rimanere uno spazio fortemente condiviso, ma è utile capire se tutti la useranno negli stessi orari, con le stesse abitudini e con la stessa intensità. In alcune famiglie basta organizzare bene contenitori e superfici di lavoro; in altre può essere utile prevedere un piccolo punto di appoggio supplementare in una zona più privata, per preparare una colazione, scaldare qualcosa o gestire autonomamente piccoli momenti della giornata senza dover occupare sempre la cucina principale. La qualità della convivenza, spesso, nasce proprio da questi margini. Non servono necessariamente più stanze, ma che quelle esistenti possano offrire più di una modalità d’uso. Un ambiente comune dovrebbe invitare all’incontro e i passaggi tra una funzione e l’altra dovrebbero essere abbastanza naturali da non richiedere continue trattative domestiche.
Due generazioni sotto lo stesso tetto senza trasformare la casa in due appartamenti
La tentazione, quando convivono genitori anziani e figli adulti oppure nuclei familiari con ritmi molto diversi, è dividere tutto in modo netto: una zona da una parte, una dall’altra, quasi fossero due case autonome. A volte è la soluzione giusta. Più spesso, però, rischia di spezzare proprio ciò che rende interessante una casa multigenerazionale: la possibilità di condividere alcuni momenti senza rinunciare alla propria indipendenza.
L’autonomia può nascere anche da interventi molto più semplici. Una camera con bagno vicino, per esempio, permette a una persona anziana di gestire la propria quotidianità senza attraversare continuamente tutta la casa. Una piccola zona studio può diventare il territorio di un figlio adulto che lavora da remoto. Un corridoio ben distribuito può creare una distanza sufficiente tra la parte più vissuta dell’abitazione e quella destinata al riposo. Non servono necessariamente duplicare o triplicare ogni funzione; spesso basta evitare che tutte le attività si concentrino negli stessi metri quadrati.
Anche i bagni vanno ragionati. In una famiglia numerosa, un secondo bagno non è soltanto una comodità, e può diventare uno degli elementi che riducono maggiormente gli attriti quotidiani. Se poi una delle persone ha esigenze diverse per età o mobilità, posizione, facilità di accesso e possibilità di muoversi senza ostacoli diventano parte integrante del progetto. Vale lo stesso per le camere. Una stanza più vicina alla zona giorno può essere perfetta per qualcuno e poco adatta a chi ha bisogno di maggiore silenzio. La distribuzione dovrebbe seguire le persone, non una gerarchia astratta degli ambienti.
In una casa multigenerazionale quando ben pensata anche le soglie acquistano importanza, smettendo di essere semplicemente punti di passaggio tra una stanza e l’altra, perché possono segnare il momento in cui lo spazio comune diventa più privato. A volte basta arretrare un accesso, evitare una visuale diretta verso una camera o creare un piccolo filtro perché una parte della casa acquisti immediatamente maggiore autonomia. Sono interventi discreti, ma cambiano molto la percezione di chi vive quegli ambienti ogni giorno.
C’è poi il tema del tempo, perché una casa progettata per più generazioni non rimarrà necessariamente uguale a se stessa. Un genitore oggi autonomo potrebbe aver bisogno, tra qualche anno, di percorsi più semplici; una stanza utilizzata da un figlio adulto potrebbe tornare libera; una zona separata potrebbe diventare studio, stanza per gli ospiti o spazio di servizio. Per questo conviene evitare soluzioni troppo definitive quando non sono indispensabili. Una divisione intelligente e pratica dovrebbe poter accompagnare i cambiamenti della famiglia invece di costringerla, ogni volta, a ricominciare da zero.
E la vera qualità di una casa multigenerazionale sta probabilmente qui: permettere alle persone di essere vicine senza dover rinunciare al proprio modo di vivere. Non servono due abitazioni una dentro l’altra, ma avere una sensibilità progettuale e strutturale da capire dove finisce la condivisione e dove, semplicemente, comincia il bisogno di stare per conto proprio.
La casa multigenerazionale deve reggere abitudini diverse, non soltanto ospitare più persone

La convivenza tra generazioni si misura spesso in dettagli molto meno nobili dell’architettura. Chi si alza alle sei e prepara il caffè mentre gli altri dormono. Chi guarda la televisione fino a tardi. Chi tiene la casa a ventitré gradi e chi apre la finestra anche a gennaio. Chi compra per una settimana intera e occupa metà dispensa, chi lascia le scarpe all’ingresso, chi riceve amici, chi preferisce non avere nessuno intorno dopo cena. Sono differenze normali. Diventano un problema quando la casa non lascia spazio per gestirle.
In una casa multigenerazionale, per esempio, la cucina può diventare un punto nevralgico decisivo nella quotidianità del vivere familiare. Se viene utilizzata da più adulti con abitudini autonome, servono superfici realmente libere, contenitori sufficienti e una disposizione che permetta a due persone di preparare qualcosa senza ostacolarsi di continuo. Non significa raddoppiare elettrodomestici e pensili. Si capisce. Può bastare evitare che frigorifero, lavello e piano di lavoro siano concentrati in un unico passaggio stretto oppure prevedere zone di contenimento riconoscibili, così che ogni acquisto non diventi una partita a Tetris.
Lo stesso vale per l’ingresso in una casa multigenerazionale. In una casa abitata da cinque o sei persone, cappotti, borse, scarpe, chiavi, caschi e ombrelli aumentano molto più velocemente dei metri quadrati. Un ingresso bello ma privo di contenimento può diventare disordinato nel giro di una settimana. Un mobile profondo il giusto, una seduta, ganci ben posizionati e uno spazio per ciò che viene usato ogni giorno possono avere un impatto sulla convivenza maggiore di molti interventi più scenografici.
Poi c’è il riposo. Se una persona anziana va a letto presto e un figlio adulto rientra spesso dopo mezzanotte, conta dove si trova la camera rispetto all’ingresso e alla zona giorno. Una porta che sbatte, il bagno utilizzato di notte o il percorso che attraversa il soggiorno possono sembrare questioni secondarie sulla planimetria e diventare, dopo qualche mese, il genere di fastidio che si ripete ogni sera. Anche la posizione di lavanderia e lavatrice merita la stessa attenzione: quello che per qualcuno è il momento più comodo per fare un bucato può coincidere con il riposo di qualcun altro.
Una casa multigenerazionale deve inoltre contenere più vita. Non soltanto più persone. Ci sono biancheria, documenti, medicine, attrezzature sportive, giochi dei bambini, oggetti conservati per affetto e piccole scorte che ogni nucleo porta con sé. Se il contenimento e l’ordine non vengono previsti, questi oggetti finiscono inevitabilmente negli spazi comuni e la sensazione di affollamento cresce anche quando la superficie disponibile sarebbe sufficiente per tutti. È forse questo il passaggio che vale la pena fare prima di ridisegnare una casa per più generazioni: osservare una giornata normale, dall’ingresso del mattino all’ultima luce spenta la sera. Capire chi passa dove, chi usa cosa, quali attività coincidono e quali invece hanno bisogno di distanza.
La buona progettazione comincia spesso da problemi molto ordinari ed è qui allora che una casa smette di essere semplicemente abbastanza grande per tutti e comincia a essere davvero abitabile da tutti.
Separare quando serve, lasciare aperto quando cambia la giornata
In una casa multigenerazionale i confini non devono essere per forza rigidi. Ci sono momenti in cui una zona più privata ha bisogno di essere davvero tale e altri in cui la stessa parte della casa può tornare a comunicare con il resto. Per questo una soluzione progettuale intelligente fa la differenza non imponendo una divisione permanente, ma lasciando alla famiglia la possibilità di modificare il grado di apertura degli ambienti.
I sistemi a scomparsa Eurocassonetto possono inserirsi proprio in questo equilibrio, eliminando l’ingombro dell’anta battente, permettono di utilizzare meglio le pareti vicine, semplificare i passaggi e creando separazioni che non rubano spazio alle funzioni quotidiane. In una zona destinata a un genitore anziano, per esempio, questo può significare lasciare più superficie libera intorno agli arredi e rendere il percorso più lineare. Tra soggiorno e una zona studio può voler dire recuperare privacy durante una telefonata e tornare ad avere un ambiente più aperto appena finito di lavorare. Il punto non è “mettere una porta scorrevole” dove prima ce n’era una tradizionale, ma capire se quella soglia può aiutare la casa a funzionare meglio nei diversi momenti della giornata e nelle diverse fasi della vita familiare.
Perché una casa multigenerazionale ben progettata non deve costringere le persone a vivere tutte allo stesso modo, ma deve fare qualcosa di molto più utile, ovvero lasciare abbastanza spazio perché possano stare insieme quando lo desiderano e abbastanza autonomia quando ne hanno bisogno.